mercoledì 21 marzo 2018

CU’ SUGNU



Sugnu forsi cu’ furriannu cerca se
stissa, o forsi cu’ ‘nqueta  cerca postu
o’ munnu?
Iò nun sacciu cu’ sugnu e chi vogghiu,
rispunnu a cu’ mi chiama e ci parlu,
 a ‘stu silenziu chi nun mi duna paci.
‘A cuntintizza e ‘a malincunia fora
e dintra di mia, currunu, mi dettunu
chi diri e fari a la luci di un oji chi
mustra tanti culura.
Cu’ sugnu mi dumannu, a cu’ cercu e
‘ntantu vadu o’ funnu di ‘nu cori chi
si apri alla gioia e aspettu sempri risposti 
cca, ‘nta ‘stu paiseddu di quattru casi,
‘n fila comu surdati, a binidiri,
cu’ mi detti la vita!

Rita Vieni

Domande!


Risposte, ma non tanto scontate: l’essere e il dover essere, l’essenza e la maschera si incrociano e agiscono.
Intanto l’attesa continua a chiedere, in fila, nel paesino d’origine insieme ai miei cari, affetti certi, attracco d’amore!

Rita Vieni



martedì 20 marzo 2018

Sapore d'inverno


La mattina ha il sapore di un inverno in riposo (vecchio e stanco), freddo e umidità invadono gli usci e reclamano il calore del fuoco, di un caldo e avvolgente quanto sonnolente tepore a riscaldare stanze dalle finestre spalancate per fare entrare aria nuova.
Mi soffermo con il pensiero alla contemplazione del cielo: appare capriccioso, tedioso, tra il mansueto e l'arrabbiato, indeciso!
Sciolti gli ultimi residui di neve, m'appare scolorito,  appassito dunque, il paesaggio.
Ah la meraviglia di quel candore, il tepore familiare, non consueto, di remoti dì narrati da predecessori, da vecchi cantori, da cari al cuore ormai affidati alla nuda terra, tornati alla radice che fu primaria e narratrice!
Avanzo sino alle porte dell'infanzia, l'intreccio è protagonista di altri cieli innevati, pochi nella realtà, il clima gentile di questa dolce collina è poco ospitale al gelo invernale.
Conduco i passi verso il cuore, adesso asciutto, di una piccola piazzetta e giunta lì, cerco tracce di me, osservo echi di un presente passato, di un ieri ancor più andato, fisso lo sguardo di avide pupille su una facciata emaciata, logora agli anni e incappata in quest'ora di introspezione.
La Chiesa Madre che ospita la Patrona del paesino di Mirto, Santa Tecla, venerata, il 24 settembre, con devozione e riti sacri.
In breve, dopo un circolo o perifrasi verde, mi attivo e calpesto una superficie grigia di mattonelle in pietra: presto raffreddate, l'orma fugace e lieve dal ticchettio  inesistente.
Avvinta a quest'aria fine, profumata di vissuto, dorata da esistenze che affacciandosi agli usci salutano e sorridono, ritorno alle mie certezze, alle carezze di mani amorevoli, al tetto che emoziona e aspetta immutato nel susseguirsi di giorni diversi ma uguali.
Sul far della sera, scruto il paesaggio, il mare lontano, le montagne intorno e la vista paga si ritira chiudendo le imposte e l'anima si affida alla notte che veglierà il sonno, nella speranza di rimirare ogni domani.


Rita Vieni

Mirto, lì 13\01\2017







lunedì 19 marzo 2018

Pomeriggio


Le nuvole si condensano tra le mie dita, scure, lente, minacciose, si avvicinano alla collina fredda  tinteggiando l'infinito del definito, scandito da rintocchi leggeri e brevi, nel silenzio della stanza.
Acuisco, dalla luce morente, l'avanzare del buio, tendo le dita e sfioro la sera che pian piano scivola sul panorama invernale.
Dimora la mia vista sulla cartolina animata, sulle luci intraviste e fisse nelle montagne lontane, sul mare scurito dal cielo annuvolato, dal chiarore di un buio presto oscurità.
La chioma, lasciata alla fredda carezza di un inverno morente non sconfitto, scivola immobile sulle spalle e riposa tranquilla e gli occhi chiudono al profumo chiaroscuro, toccando un desiderio nell'impossibile azione che segue itinerari pilotati e placidi.


Rita Vieni



sabato 17 marzo 2018

Urla, urla, urla

http://www.scrivere.info/poesia.php?poesia=432957

Per sempre tu


 Marzo in uno dei suoi giorni luminosi e freddi, pian piano si avvia verso l'oscurità cristallina, verso il silenzio dalle braccia spalancate ad abbracciare le ultime ore di un dì, breve e non lungo, non immusonito e non pigro, nel tepore di un cuore generoso e non ingordo, agrodolce nella postura di immutati silenzi ora preziosi.
Nel buio e non sotto la luce vivida, pensieri si riuniscono ammassandosi sotto la sfera luminosa e tremolante di un tetto bagnato dall'umidità collinare.
Nella stanza si illumina la voce e gli occhi si spalancano mentre assaporano le consapevolezze di una vita, toccando le vecchie consuetudini mentre nuovi attimi sostituiscono sospiri già inebriati dal passato.
I gesti profumano di gioia, la postura anticipa il movimento e gli arti, agili e scattanti, sottili e eleganti, aspettano i passi che non sosteranno ma si avventureranno in cerca della semplicità e della genuinità.
Biondi capelli, fili d'oro ora acconciati in libertà ad accarezzare le spalle ritte al futuro, occhi chiari e non scuri, luminosi e non oscuri, puri al pari delle pietre preziose, si beano contemplando l'intorno dai toni carezzevoli e non scontrosi.
Io ti guardo e sorrido.
Io ti guardo e non parlo.
Io ti guardo e ritorno indietro a quel lontano giorno, una mattina di marzo di venerdì, luminosa e fredda, asciutta perché senza pioggia, a quando tu nascesti, quando tu figlia hai illuminato con la tua voce la nostra vita, sì, mia e di tuo padre.
Ancora ti guardo, guardo questo presente e annuisco semplicemente e girando le spalle, mentre mi avvio , ti guardo ancora.
Contemplo questa pienezza che si addentra nelle profondità della mente, del corpo coinvolgendo  i sensi e sospiro, sospiro nella gratitudine del dono.
Auguri figlia!

Rita Vieni



venerdì 16 marzo 2018

Scrivo


Imparo a scrivere le parole mentre guardo da questo angolo di mondo, in un momento ricco di pagine calde, circondata da sensazioni e non da neve sciolta, non da tempesta.
Non nascondo ai silenzi i pensieri, forbiti e ingenui e agli occhi, non ciechi di conoscenza, mi svelo.
Eternamente attimo fuggito, eternamente istante fulminante mi entri nel cuore come fulmine a incendiare secchi arbusti, mi entri dentro come nutrimento nutrendomi a sazietà.
Eternamente mai più mio al tatto degli occhi  ma triturato dall'amore in questa emozione eterea!

Rita Vieni





lunedì 12 giugno 2017

Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone


Una immagine visiva, un incipit descrittivo quasi a sfiorare un futuro.
Presagio?
Sì, infatti, l’intreccio durante l’analisi accurata sviluppa una allegoria che accompagna sino a l’epilogo.
La figura dai gusti diversi e dalla forma sotto forma di tentazione induce già da subito nello interpretare un personaggio che assaggia e assaggia e...
Gioca a calcetto, un calcetto dai tempi studiati sino a rasentare la perfezione in tempi goderecci, riappropriandosi di un doppio gioco di ruoli usati e sfruttati in passato.
Una moglie, ora ex e ora amante, una amante presto ex e non moglie, compagna di cammino nel breve gusto che la novità concede e concederà.
Un personaggio pieno di sogni e parole trova spazio nel mezzo di un altalenarsi di via vai tra le due donne, il padre, vive nel sogno americano chiede denaro, “restituirò” afferma infine e come a voler sottolineare la diversità e tratteggiare il pensiero e la profondità dei ruoli con annessi sentimenti, maturità e modi, l’attuale compagna ne condivide con la spensieratezza e leggerezza il modo di approcciare la vita, l’ex moglie, più matura, posata e inserita in una realtà viva e vera non condivide le azioni.
Ho come la sensazione che quest’uomo viva di emozioni subitanee, di contatti e relazioni da toccare che non sia capace di andare oltre nel tempo senza vedere e toccare un corpo: quando l’amore è pelle che si arriccia solo allo sfiorare una voce lontana, quando il cuore sussulta solo a vedere una ombra solitaria su un muro immaginario, quando l’amore è lontano, ecco l’impressione: un uomo che si ciba di materia e non d’essenza!
Ho ritrovato nella seduta con la dottoressa quel bambino che guarda i gusti del gelato non riesce a scegliere e passa lo sguardo alternativamente da uno a l’altro.
Ecco l’allegoria!
Un non volere prendere decisioni, rimandare una maturità sino alla soglia dell’ingenua realtà, appagarsi dell’effimero e ricercare le radici che affondano in una logicità che si getta sotto terra nascondendola.
Un parallelismo che vive in antitesi.
Un uomo che ha paura di sé e arranca tra i binari abbandonati di una vita che scalpita e che tiene a freno illudendosi in frivolezze e non basi consecutive.
Ha paura e cerca di nascondere una ineluttabile conclusione.
La vita è illusione?
La vita è adesso o poi, quando la verità sopprimerà il fatuo e il leggero uomo, il Peter Pan?
Da leggere :)

Rita Vieni


venerdì 9 giugno 2017

Un'invincibile estate di Filippo Nicosia


Un ossimoro, una vita che nasce e una che muore, un senso di apparente respiro, regola l’esordio di un romanzo che sin dai primi passi incanta, invadendo il lettore di un senso di solitudine dentro una identificazione ben specificata.
Il protagonista, nasce e cresce, dialoga e mira e intanto si confronta con avvenimenti che hanno peso e rilevanza storica.
Le lacrime in un bisticcio tra gioia e dolore, un percorso che arresta il fiato in un dipinto grottesco: la posizione e la descrizione di un corpo riverso, colori presi a prestito che imprimono agli occhi il tocco violento dell’istante e il successivo arrestarsi del respiro.
Da qui tutto si svolge in azione cauta, mite, un play rallentato nella fretta di avvolgere una pellicola destinata verso una archiviazione che d’emozione in dolore volge e chiama.
Nei dialoghi il lettore vede scorci della vita passata che acuiscono la solitudine e forse un dialogo scarno tra padre e figlio, un non conoscersi, un pudore dato dalla cultura del luogo.
Il luogo natio, il tentativo di filtrare le radici in un dialogo stringato e veloce, fa strada in alcuni tratti estrapolati e sgrassati.
Particolari taciuti, vite separate, emergono in un confronto diretto dopo l’epilogo di una vita passata a Messina, una vita che incontra l’altra vita a Roma: un fratello!
Evidente la sottolineatura di due condizioni ben distinte, la rivendicazione a sé di un pezzo di pelle che ha l’odore di casa, un voler respingere quella solitudine respirata dai pori ormai spenti del padre dentro l’ultima dimora e, il rifiuto, il senso di negazione di un legame reciso per volontà e un non mai più insieme, una litote che non nega la violenza di una postura diretta dal gesto sprezzante.
Un amaro rientro nell’amata città e uno sguardo vuoto a contemplare il nulla di una luce buia dentro un cuore che ha smesso di sperare.
Un cuore che ripercorre in una analisi cruda un ieri da “Adulto” un ragazzo cresciuto solo dopo la morte della madre con un padre via via sempre più violento e indirizzato a indirizzarlo verso la laurea, un sogno, un orgoglio da esibire anche se i pugni, le cinghiate, optional ai tanti sacrifici.
Ma tutto ha fine quando alla violenza si specchia una violenza esasperata che metterà fine, un punto , ai punti in testa del padre, a monito!
Una Sicilia solitaria, permeata da eventi luttuosi, storici, descrizioni quasi a caso ma d’impatto, l’autore sottolinea usando colori spenti in una luce dalle tante voci di una città che incontra un’altra città, altra realtà tra cacofonie e dissensi, tra verità e negazione e intanto tutto scorre in qualche accenno di dialetto e un barcamenarsi in passione e logica in una atmosfera dal gusto azzurro, cielo meraviglioso e uno stretto invitante costante nel pensiero in un andirivieni ballerino: il futuro, il lancio dalla vecchia vita alla nuova, una rappresentazione di orme traballanti in un terreno vergine, il ripetersi di un rito che nel passato ha ancora un futuro.
Una scrittura fluida, dai colori mai spenti che si alternano freddandosi nei limiti imposti da distanze e eventi e pensieri opprimenti.
Un discorso chiaro, arricchito dalla retorica che fa risaltare lo stile, i tratti conosciuti e guardati con occhi distratti, una voce che fa ascoltare uno spaccato che è comune e occultato da reticenze e inutili ideologie in una estate che si riempie di un uomo alla scoperta di sé sfiorando e colmando una anima che in parole silenziose raggruma la potenza dell’essenza.


Rita Vieni





CU’ SUGNU

Sugnu forsi cu’ furriannu cerca se stissa, o forsi cu’ ‘nqueta   cerca postu o’ munnu? Iò nun sacciu cu’ sugnu e chi vogghiu, ...