lunedì 12 giugno 2017

Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone


Una immagine visiva, un incipit descrittivo quasi a sfiorare un futuro.
Presagio?
Sì, infatti, l’intreccio durante l’analisi accurata sviluppa una allegoria che accompagna sino a l’epilogo.
La figura dai gusti diversi e dalla forma sotto forma di tentazione induce già da subito nello interpretare un personaggio che assaggia e assaggia e...
Gioca a calcetto, un calcetto dai tempi studiati sino a rasentare la perfezione in tempi goderecci, riappropriandosi di un doppio gioco di ruoli usati e sfruttati in passato.
Una moglie, ora ex e ora amante, una amante presto ex e non moglie, compagna di cammino nel breve gusto che la novità concede e concederà.
Un personaggio pieno di sogni e parole trova spazio nel mezzo di un altalenarsi di via vai tra le due donne, il padre, vive nel sogno americano chiede denaro, “restituirò” afferma infine e come a voler sottolineare la diversità e tratteggiare il pensiero e la profondità dei ruoli con annessi sentimenti, maturità e modi, l’attuale compagna ne condivide con la spensieratezza e leggerezza il modo di approcciare la vita, l’ex moglie, più matura, posata e inserita in una realtà viva e vera non condivide le azioni.
Ho come la sensazione che quest’uomo viva di emozioni subitanee, di contatti e relazioni da toccare che non sia capace di andare oltre nel tempo senza vedere e toccare un corpo: quando l’amore è pelle che si arriccia solo allo sfiorare una voce lontana, quando il cuore sussulta solo a vedere una ombra solitaria su un muro immaginario, quando l’amore è lontano, ecco l’impressione: un uomo che si ciba di materia e non d’essenza!
Ho ritrovato nella seduta con la dottoressa quel bambino che guarda i gusti del gelato non riesce a scegliere e passa lo sguardo alternativamente da uno a l’altro.
Ecco l’allegoria!
Un non volere prendere decisioni, rimandare una maturità sino alla soglia dell’ingenua realtà, appagarsi dell’effimero e ricercare le radici che affondano in una logicità che si getta sotto terra nascondendola.
Un parallelismo che vive in antitesi.
Un uomo che ha paura di sé e arranca tra i binari abbandonati di una vita che scalpita e che tiene a freno illudendosi in frivolezze e non basi consecutive.
Ha paura e cerca di nascondere una ineluttabile conclusione.
La vita è illusione?
La vita è adesso o poi, quando la verità sopprimerà il fatuo e il leggero uomo, il Peter Pan?
Da leggere :)

Rita Vieni


venerdì 9 giugno 2017

Un'invincibile estate di Filippo Nicosia


Un ossimoro, una vita che nasce e una che muore, un senso di apparente respiro, regola l’esordio di un romanzo che sin dai primi passi incanta, invadendo il lettore di un senso di solitudine dentro una identificazione ben specificata.
Il protagonista, nasce e cresce, dialoga e mira e intanto si confronta con avvenimenti che hanno peso e rilevanza storica.
Le lacrime in un bisticcio tra gioia e dolore, un percorso che arresta il fiato in un dipinto grottesco: la posizione e la descrizione di un corpo riverso, colori presi a prestito che imprimono agli occhi il tocco violento dell’istante e il successivo arrestarsi del respiro.
Da qui tutto si svolge in azione cauta, mite, un play rallentato nella fretta di avvolgere una pellicola destinata verso una archiviazione che d’emozione in dolore volge e chiama.
Nei dialoghi il lettore vede scorci della vita passata che acuiscono la solitudine e forse un dialogo scarno tra padre e figlio, un non conoscersi, un pudore dato dalla cultura del luogo.
Il luogo natio, il tentativo di filtrare le radici in un dialogo stringato e veloce, fa strada in alcuni tratti estrapolati e sgrassati.
Particolari taciuti, vite separate, emergono in un confronto diretto dopo l’epilogo di una vita passata a Messina, una vita che incontra l’altra vita a Roma: un fratello!
Evidente la sottolineatura di due condizioni ben distinte, la rivendicazione a sé di un pezzo di pelle che ha l’odore di casa, un voler respingere quella solitudine respirata dai pori ormai spenti del padre dentro l’ultima dimora e, il rifiuto, il senso di negazione di un legame reciso per volontà e un non mai più insieme, una litote che non nega la violenza di una postura diretta dal gesto sprezzante.
Un amaro rientro nell’amata città e uno sguardo vuoto a contemplare il nulla di una luce buia dentro un cuore che ha smesso di sperare.
Un cuore che ripercorre in una analisi cruda un ieri da “Adulto” un ragazzo cresciuto solo dopo la morte della madre con un padre via via sempre più violento e indirizzato a indirizzarlo verso la laurea, un sogno, un orgoglio da esibire anche se i pugni, le cinghiate, optional ai tanti sacrifici.
Ma tutto ha fine quando alla violenza si specchia una violenza esasperata che metterà fine, un punto , ai punti in testa del padre, a monito!
Una Sicilia solitaria, permeata da eventi luttuosi, storici, descrizioni quasi a caso ma d’impatto, l’autore sottolinea usando colori spenti in una luce dalle tante voci di una città che incontra un’altra città, altra realtà tra cacofonie e dissensi, tra verità e negazione e intanto tutto scorre in qualche accenno di dialetto e un barcamenarsi in passione e logica in una atmosfera dal gusto azzurro, cielo meraviglioso e uno stretto invitante costante nel pensiero in un andirivieni ballerino: il futuro, il lancio dalla vecchia vita alla nuova, una rappresentazione di orme traballanti in un terreno vergine, il ripetersi di un rito che nel passato ha ancora un futuro.
Una scrittura fluida, dai colori mai spenti che si alternano freddandosi nei limiti imposti da distanze e eventi e pensieri opprimenti.
Un discorso chiaro, arricchito dalla retorica che fa risaltare lo stile, i tratti conosciuti e guardati con occhi distratti, una voce che fa ascoltare uno spaccato che è comune e occultato da reticenze e inutili ideologie in una estate che si riempie di un uomo alla scoperta di sé sfiorando e colmando una anima che in parole silenziose raggruma la potenza dell’essenza.


Rita Vieni





sabato 27 maggio 2017

Amicizia

Una nuvola pigra e leggera si avvia lentamente verso limiti direzionati dal leggero venticello primaverile.
L’aria tersa, il mare infinito, il cielo sereno, rappresentano uno scenario che appaga e fa sospirare dentro la sfera che ossigena i pensieri vagabondi.
Due viandanti eseguono di rito i soliti passi calmi in un ordinato tragitto oggetto di meraviglia e sicurezza.
Le loro menti comunicano al pari delle voci, i suoni si incontrano lieti e meravigliati nello scorrere ordinato del tempo nel tempo che esse si concedono ogni giorno alla medesima ora.
I cuori corrono verso le emozioni suscitate dalla cristallina mattina, le onomatopee si avvicendano tra loro, ora in duetti sbarazzini, ora in voli senza paure, ora ai rintocchi scanditi che attraversano paesi e approdano ad orecchie vispe e attente.
Tutto, tutto conduce ad una trama che scalpita, ha voglia di scoprirsi e scoprire, ha la mano tesa e il piede in fondo alla strada dal terreno macchiato da ruote che corrono verso traguardi di ogni serie.
Il capo incontra la spalla, reclinandosi e orientandosi quasi a voler svelare segreti non più inconfessabili, ascolta il lento e minuzioso sfogliare degli istanti che intrepidi e trepidanti si sgretolano per rinsaldarsi e compattare minuti preziosi: la scoperta di sé è quanto di più prezioso e rilevante agli occhi dell’esterno che appaga l’interno che risucchia e maciulla attraverso gli occhi l’oro inestimabile che è dono comune a chi sa ben saldarsi e fondersi in un connubio simbiotico con il definito adesso.
Si conducono e si plasmano, si incantano e si interrogano, si guardano e ragionano su ragioni false, su ragioni comuni, su ragioni appiccicate da razionalità tiranniche o deboli.
Si chiariscono in una serie di toni ora pacati e non in corsa, silenziosi e non vocianti, rispettosi e non mai arroganti, ora in cerca di conferme e mai titubanti.
Il cammino lungo la collina nel verso non inverso è il senso che conduce e appaga i sensi!


Rita Vieni


venerdì 26 maggio 2017

OLTRE LA PIETRA PIATTA




Scaglio lontano una pietra piatta.
Eccola giungere oltre il silenzio, oltre la vista che preclude lo sguardo, oltre l’immagine che a me porta, mentre la porta dell’infinito s’apre e i suoi profumi invadono i miei sensi.
Oltre me stessa, oltre il limite concessomi, cieli sereni e velati, misteri e libertà, sogni del cuore non infranti, oltre l’infinito il bacio del principe azzurro.
Oltre la pietra piatta, il tonfo ne è attutito dalle nuvole in sosta, la visione chiude allo sguardo apre in agnizione, senza cleuasmo, senza il non ritmo vitale.
Rapita, dentro l’infinito, volgo lo sguardo e a me conduce, vedo occhi, luci e non voci, ma l’eco del mondo affievolito e stanco mormora di affanni, corse e inganni.
Ho scagliato lontano una pietra piatta, oltre la vista che preclude lo sguardo, mai male essa vuole, solo sostare senza lamenti e isolamenti, senza paure, sangue e angosce a udire.
Ma essi giungono senza bussare!
Qui ove risiede l’urlo del mondo, il perdono è concesso, ma giunto da eco non basta, pietà e fede a compagnia fedeli per raccogliere la pietra piatta.
Ho scagliato una pietra piatta oltre il limite che porta alla porta dei non più inganni, alla dimora del silenzio, alla casa della pace, al pianto del perdono, al conforto dell’eternità che giungerà a reclamarmi.
Adesso vuota di quella pietra scagliata in attesa di me, il buio, i dubbi, arroventati dalla luce, dal qui inondato di sole, annuvolato dai venti che preparano tempesta, incenerisco e seppellisco ogni affanno.
Ho scagliato una prima pietra piatta, altre ne scaglierò, traccerò il sentiero dell’oltre: addobbate parole mute, mi trascinano lentamente.

Rita Vieni



mercoledì 24 maggio 2017

Memorie

Non esiste il silenzio, parole mute scorrono dentro un sentimento mai sedato, dentro un cuore appagato, dentro pareti assenti in un tetto ove il cielo è la quiete che rasserena.
Dimoro a lungo nel breve intervallo che separa il presente dal passato, dimoro brevemente in luoghi ove il respiro si bagna di libertà e gioia, si ubriaca del leggero alito caldo, del leggero battito di ciglia al tocco tenero di un raggio vagabondo in un dì magnifico.
Leggera, senza legami a frenare il volo, spazio su per il mondo, in una fetta di terra senza fondo.
Non cado, non cammino, non atterro, contemplo l’animo rinvigorito dal lungo cammino.
Ah quanto respiro e quanti rumori ho assorbito!
Ah quante voci ho inghiottito, quante mani ho udito, sapienti nella giustizia di un vivere giusto! 
Raccolgo nel cesto dei ricordi ogni memoria memore di colori, ora monocromatici, ora orfani, li ripiego, li custodisco in bauli arrugginiti dal tempo che impietoso vaga senza sosta.
Sosto e bevo, sosto e mi sazio ancora affamata di sguardi nella consapevolezza di un ciclo eterno che non lascia scampo.
Il collo ruota verso le ombre in attesa delle tante luci ad illuminare orme soffiate da sguardi vitali pronti a costruire nuove emozioni.
Aspetto il sole a dimorare dentro il buio!

Aspetto la speranza di tanti domani qui nel luogo che accoglie battiti che calpesteranno vecchie illusioni.

Rita Vieni



domenica 14 maggio 2017

Io madre

Mi cerco tra queste mura, tra strade solitarie riecheggianti l’assoluto niente, nel verde ondeggiante carico di effluvi di rose e gelsomini.
Tra le fronde gremite di verdi ciliegie, un nido pigola, una madre circonda in ali d’amore, per amore sazia in vermi scalcianti.
Noi madri invochiamo, preghiamo e genuflesse al cinico comando che d’eterno cinge e detta, ci disperiamo: tiranno usurpa in chi mai distogliere vorrebbe, occhi, cuore e mani!
Io madre, qui raccolgo memorie, sorrido al nido che mi nutrì, alle mani che d’amorevole carezze mi fasciarono e lasciarono per volare e costruire.
Io madre, qui costruisco in abbandono senza elemosinare, affetto sguardi carezze.
Io madre amo mia madre!
Amo come madre!
Come madre attendo il finire dei miei giorni, in consapevole imperituro testimone guardo al mio futuro che nato dal mio grembo, diverrà madre.
E a mia madre, dal sorriso dipinto in colori d’arcobaleno, dedico gli istanti eterni baciando colei che mi condusse alla luce del mondo!


Rita Vieni





sabato 13 maggio 2017

Ecco maggio

Il mattino è già qui con la sua luce suadente, si allarga, si espande, la voce melliflua scende argentina sino a toccare corde inespresse e nascoste.
La luminosità mostra i dintorni, gli occhi denudano contorni accesi sbiaditi agli anni, la cacofonia silente ferma ad osservare il giorno innanzi.
L'assonanza risalta ogni verso emesso, consonanze allegre cantilenanti precedono l'antitesi, nulla tace alla logica naturale di una natura che in maggio mostra l'essenza di sè e culmina nella metonimia di un verde screziato dal giallo intenso dentro la fertilità genuina amante e compiacente.
Ecco la piena consapevolezza di una logicità senza limiti, tutto è non è, appartiene e non possiede, tutto è di una precisione infallibile, chiaramente rispettando limiti e regole.

E così è e sarà sino a toccare il buio.

Rita Vieni


Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone

Una immagine visiva, un incipit descrittivo quasi a sfiorare un futuro. Presagio? Sì, infatti, l’intreccio durante l’analisi accura...