venerdì 28 novembre 2014

UN OGGI DI VIOLENZA

Da poco è trascorso il 25 novembre, data simbolica a ricordarci un tema ormai diffusissimo ed estremamente importante.
La violenza è un istinto, la cui origine primitiva, trae ragione d’esistere dalla coesistenza tra istinto di preservazione della razza e diritto alla vita.
Un degenerare di tale rapporto, un prevalere dell’istinto, associazione al male natura e stato umano, sulla ragione, stato di civiltà e intelligenza nel giusto equilibrio, porta ad una serie di situazioni che oggi affliggono, martellano, percuotono un mondo retrocesso alla premeditazione, alla stato privo di diritti.
Ma perché la violenza o per meglio dare un’identificazione a questa pagina a tema, perché la violenza contro le donne?
Sì perché il fulcro incapsulato nel dilemma centrale del dire comune, mondiale, è lo stagnarsi ormai virulento di una piaga apparentemente non curabile.
Le origini?
Primitive!
Torniamo indietro nel tempo, l’uomo è il capo e la donna un semplice mezzo, atta a soddisfare istinti, un ruolo di base confezionato a misura, muta e passiva.
Nel corso dei secoli, attorno alla sua figura altre immagini sviluppatesi, altre storie, tutte a dipingere la donna come tentatrice, vedi Eva, origine del peccato quindi madre di tutti i mali, la Maddalena, vedi Salomè, vedi Dalila.
Altri nomi celebri riempiono l’elenco, Poppea, Messalina ed altre.
Nel medio evo, Giovanna d’Arco eroina che sacrifica se stessa in nome della libertà, Lucrezia  Borgia, avvelenatrice,  mezzo tra contrasti tra Chiesa e politica e ancora strega da immolare al rogo come espiazione e purificazione dal male incarnato.
Incomincia a delinearsi sempre più una figura pedina, come oggetto, come vittima di sacrificio per mano di consanguinei, la baronessa di Carini, Laura Lanza, uccisa per mano del padre, i vari delitti d’onore, date in sposa bambine a parenti, per la continuità del sangue, per l’affermazione della  stirpe, per una serie di fattori politici ed economici.
Qui introduco una fase del pensiero di un’autrice famosa, Dacia Maraini, in uno dei suoi tanti libri, “La lunga vita di Marianna Ucria”, donna del ‘700, trovatasi in una Sicilia ove i matrimoni riparatori e fra consanguinei  costituivano la normalità nelle case nobili, le figlie già da piccole destinate al convento e i maschi al sacerdozio e  l’erede maschio a continuare e accrescere la stirpe del Casato.
Una frase, dicevo, chiave, una discussione, più un lavaggio del cervello direi, tra la zia suora e la bambina sposa, 13 anni, sul suo ruolo passivo e comprensivo: “’A fimmina avi a dari, avi a dari, chiedilu a to matri chi fici 6 figghi, dumanniccillu a to nonna chi fici 7 figghi.  Cu’ si marita pi amuri campa sempri cu duluri!
Una monaca, una donna che rinuncia a se stessa senza prima aver vissuto e capito circa la sua condizione: vittima e carnefice, nessuna comprensione né pietà.
Attraverso i secoli giungiamo a l’emancipazione femminile (1848), al risveglio delle coscienze, allo sfruttamento del lavoro nelle fabbriche, costato la vita a molte di loro, al voto nel 1918 negli Stati Uniti e in Inghilterra, in Italia il 2 giugno 1946 e nella legislazione internazionale nel 1948.
Con un salto temporale ai nostri giorni, al femminicidio.
Oggi, compagni, mariti, fidanzati confondono l’amore e la violenza, un insieme per un risultato quanto mai tragico, drammatico: stalking, stupro e morte.
Perseguitare la vittima, terrorizzarla, impoverirne l’autostima a volte con esiti dannosi, vedi acido, vedi telefonate anonime, vedi violenza domestica con abuso sessuale e poi la morte e poi “Ma io l’amavo troppo, era tutto per me”, un colpo di pistola poi verso se stesso e il dramma in atto si conclude ancora una volta.
Lo stupro, denominato arma di guerra, ha sempre avuto la stessa funzione punitiva e di assoggettamento, la vittoria del forte sul debole: la paura come arma dominio, presa, possesso, coprifuoco per il mondo della donna.
L’uomo, il maschio meglio identificato che confonde realtà e mistificazione, nella società abusa investendosi come supremo giudice, come garante sulla donna, fecondandola  e abusando in un delirio fuori controllo, né identità religiosa, né culturale, spesso a scudo per un tutto che rientra nei loro piani.
Tutto è piegato a sé.
Dove la civiltà? Dove l’umanità?
Paesi, nazioni, religioni e culture diverse, in un confronto ove la donna ne esce distrutta: il potere di vita e di morte è assoluto, così come l’imposizione di veli a celarne l’aspetto.
Osservo e con tristezza deduco che una data posta a calendario alla nostra coscienza stabilisce il fallimento della mente umana, del comportamento morale e dell’educazione civile di un popolo a definizione civilizzato!

Rita Vieni

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni



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